Ciao :)
Ho pensato molto se inviare o meno questa email, perché esula un po’ da quello di cui parlo normalmente. Poi mi sono detta: why not, let’s do it.
Negli ultimi mesi mi sono fatta spesso una domanda abbastanza semplice, ma dalla risposta non facile: perché in Italia si compra così poca arte contemporanea?
Perché facciamo così fatica a sostenere artisti che sono VIVI, che lavorano oggi, adesso?
Ci ho riflettuto molto, ho letto pareri sul tema, e ci sono alcuni punti che continuo a ritrovare.
Te ne condivido due, più un terzo che ho approfondito insieme a Stefania Monopoli, coach per artisti, perito d’arte e criminologa nel settore artistico.
Ti invito a leggere con attenzione perché secondo me il tema è davvero interessante.
- Il "peso pesante" del passato
In Italia siamo cresciuti circondati da un patrimonio artistico incredibile, probabilmente ineguagliabile al mondo.
Michelangelo, Caravaggio, Giotto, Leonardo da Vinci, Raffaello, Botticelli. Questo ha anche un effetto collaterale: tendiamo a considerare “artisti veri” solo loro, quelli sul podio.
Il paragone diventa talmente alto da risultare quasi insostenibile.
E chi oggi prova a definirsi artista, o a costruire un percorso, viene a volte ridimensionato o persino ridicolizzato. Solo perché non sta dipingendo la Cappella Sistina.
Siamo di default programmati a misurare la figura dell’artista con un metro impossibile.
2. A chi spetta sostenere l’arte?
Qui faccio un piccolo paragone.
Negli Stati Uniti, storicamente, c’è stata una certa distanza dallo Stato centrale: l’idea è spesso quella di cavarsela da soli, senza aspettarsi troppo da Washington, che viene più percepita come un fastidio che come un supporto.
Questo si riflette anche nell’arte: la responsabilità di sostenerla è molto più individuale. Comprare arte e supportare artisti in vita è spesso motivo di orgoglio, e anche un segno di status.
In Italia, invece, siamo più abituati a pensare che sia lo Stato a doversene occupare. Un po’ come succede in tanti altri ambiti (blink blink). E quindi si crea una sorta di deresponsabilizzazione dell’individuo, e un’iper-responsabilizzazione dello Stato.
Non sto dicendo che sia giusto o sbagliato, non è questo il punto.
​Ma, di fatto, si sviluppa meno abitudine a sostenere direttamente gli artisti.
3. Il contesto in cui viviamo (spunto di Stefania Monopoli)
Parlando con Stefania Monopoli, perito d'arte e coach per artisti, è emerso un altro aspetto interessante.
Solo una piccola percentuale del PIL italiano è destinata ad arte e cultura.
E, dato l’enorme patrimonio storico che abbiamo, la priorità va quasi sempre all’arte antica.
Allo stesso tempo, viviamo immersi nell’arte. Usciamo di casa e troviamo resti dell’antica Roma, chiese, piazze, musei ovunque.
In un certo senso, inconsciamente, ci sentiamo già “sazi”. Già circondati da bellezza. E quindi siamo meno portati, rispetto ad altri paesi, a portare l’arte dentro casa nostra, o a investire in artisti contemporanei.
Spero di averti portato qualche riflessione utile. E, se ti va, mi interessa davvero sapere cosa ne pensi: puoi rispondermi direttamente a questa email.
Io, circa tre anni fa, ho iniziato a collezionare arte.​
Nel tempo mi sono ritrovata, quasi senza accorgermene, a comprare soprattutto lavori di artiste donne.
E devo dire che poche cose mi hanno dato la stessa gioia.
Questa sono io all'Affordable Art Fair di Berlino, qualche giorno fa, con un nuovo pezzo dell'artista giapponese Shoko Okumura - che ho appena acquistato:
Quindi sì, sono tanto fiera della mia piccola collezione d'arte.
E verso fine anno inizierò anche a vendere le mie fotografie.
Ma questa non è un’email pubblicitaria, giuro. Era solo una riflessione che avevo voglia di condividere con te.
Grazie per avermi letta, e ci sentiamo la prossima settimana.
Ire